Daily Archives: Aprile 6, 2020

Notturno.

Brani scelti, letture fatte nel silenzio della propria stanza dove è assente il lato mondano ma l’eleganza.

(In)consapevolezza della vecchiaia

“E scopro nella notte che la vecchiaia e la giovinezza possiedono straordinari, inattesi punti di contatto. Come tutti grandi dolori. Vecchiaia e gioventù si accaniscono sui dolori e sulle malinconie.. Mi sono accesso un’altra sigaretta, allora, mentre le lacrime mi salivano negli occhi dritto dritto da dentro. Anche dalla mia finestra si vedono i gabbiani, gli stessi, forse, che sta vedendo adesso Gegè, anche lui con le lacrime negli occhi (…). Si Gegè, tu, io, i nostri splendidi amici e compagni estivi, facevamo il tuffo a mare e a d ogni tuffo ci lasciavamo il mondo alle spalle. Ogni tuffo, una ierofania, un’incursione azzardata e sempre ben riuscita del sacro nel profano (…). Piango a dirotto, Gegè, perché adesso capisco una cosa che mi strazia ma non mi abbandona all’infelicità, solo ora comprendo, Gegè, che è tutta la vita che attendo, con un desiderio scandaloso e illibato, di aver sempre e solo desiderato unicamente una cosa, diventare vecchio.” Paolo Sorrentino “Hanno tutti ragione”, Feltrinelli, marzo 2010

Crepuscolo nautico.

Gli elementi si addolciscono, gli uccelli volano tranquilli, il nostro animo si placa nel vivere il momento migliore del giorno:

C’è un momento dell’andare in barca che è sublime. Non è lo spettacolo naturale del tramonto con tutti i suoi riti, l’aperitivo, la musica lounge, le fotocamere che ne immortalano gli inimitabili colori.

E’, invece, l’approssimarsi della sera, quando ci siamo appena liberati dal rapimento del tramonto e una leggera caligine ci avvolge, quando tutto è stato svelato, smorzato, compiuto e le ombre degli elementi si allungano nel blu sempre più scuro e plaudono al giorno che termina il suo corso. I colori intensi e prepotenti del cielo si spengono e incominciano a vedersi le stelle più luminose. La maestosa purezza del crepuscolo fa da sfondo al volo degli uccelli che ritornano al proprio nido, quando ormai l’impeto di caccia lascia il posto al riposo. E’ un tempo unico dove pensieri, opere e passioni sono sospesi, i moti dell’animo pacificati dal suono dolce e ripetitivo dall’acqua, l’unico rumore che si ode perché il grido dei vani desideri è lontano mille miglia. Non si immagina, non si sogna, non si vuole nulla, perché in quell’istante c’è tutto ciò che serve, c’è tutto lo scorrere della vita, c’è morte e rinascita. E tu, protagonista e spettatore commosso di quell’attimo di meraviglia, hai nel mare la tua ricompensa. Chi cerca un senso, nel crepuscolo lo trova.

Quanto durerà questo idilliaco momento in mezzo al mare? Fino a quando si avvertirà il desiderio di ripeterlo, allora sarà già finito perché il calcolo avrà preso il posto dell’estasi. Rendete grazie, invece, e lasciatevi trasformare dalla grazia: Dio vuole che tu ci creda.

Niente allora si esaurirà.

Un calcio di fede

Champions: Alisson insegna a ringraziare Dio

di Nazzarena Luchetti

Il Liverpool ha trionfato in Champion League contro il Tottenham, aggiudicandosi il più prestigioso trofeo europeo per il 2019. Alisson, il portiere brasiliano dei Reds, determinante per la vittoria, al termine della partita commenta così: “Ringrazio Dio che mi ha dato la forza per arrivare fino a questo punto”. Il rimando a Dio non è banale: è la consapevolezza che non siamo capaci di fare tutto da soli, che si fallisce quando ci si sottrae all’amore di Cristo e si pone il principio di ogni cosa in se stessi. Il calcio è un gioco bellissimo, a tutti i livelli; è un macrocosmo, un infallibile strumento di aggregazione universale, metafora o “livella” della vita”, ultimo rifugio anche degli intellettuali complessi che oggi non snobbano più il calcio e lo considerano sublime arte popolare o, come Pasolini, “l’unica rappresentazione sacra del nostro tempo”. Nonostante ormai si giochi secondo le regole stabilite dal potere e dal calcio mercato,  qualcuno entra in campo ricordando anche le regole stabilite da Dio: “E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo, per mezzo di lui, grazie a Dio Padre” (Colossesi 3,17).   E così il gioco più popolare del mondo fa emergere la sua forma più nobile e si fa portatore di valori universali. Questo è uno dei motivi che rende il calcio ancora più bello. Abbiamo bisogno di testimoni di Cristo, di chi non ha paura di ammettere di essere credente. In mezzo a tanta gioia, quel grazie a Dio in un campo sportivo è una luce che illumina la verità: la fede è viva, ringrazia, sa difendersi dagli attacchi avversari e fa gol. Alisson probabilmente sa che ciò che conta alla fine è la Vittoria Finale, nel calcio come nella vita.

I tifosi, nella notte magica del calcio, continuano a cantare You’ll  never walk alone, l’inno ufficiale del Liverpool, e lode sportiva. La traduzione letterale: “Non camminerete mai da soli”. Nella notte stellata del Wanda Metropolitano di Madrid, Allison sapeva di non essere solo. Dio è sempre con lui. E con tutti noi.

Calcio, è cominciata l’era delle donne. Ma a Macerata esiste dal 1968 e ora c’è la Yfit

E’ bello e avvincente come il gioco maschile ma la strada è ancora lunga, come spiega Massimiliano Avallone, presidente della squadra femminile maceratese.

di Luchetti Nazzarena

John Stuart Mill, filosofo ed economista inglese, nonchè difensore della dignità femminile, diceva che gli uomini hanno sempre una conoscenza “incompleta e superficiale” delle donne. Una donna che legge La Gazzetta dello Sport, ad esempio, è sempre di difficile interpretazione: per i più, lo fa per darsi un tono, per attirare l’attenzione maschile, per distinzione. Se poi la lettura oltrepassa i dieci minuti, è probabile che la passione sportiva sia sincera ma che la donna in questione abbia comunque qualche stranezza caratteriale. La lettura del quotidiano rosa (la scelta del colore femminile per eccellenza della gazzetta sembra sia dipesa da una improvvisa mancanza di carta bianca per poi piacere così tanto da diventare marchio di fabbrica) è una febbre che da sempre contagia la maggioranza maschile che segue assiduamente soprattutto le vicende calcistiche del sesso forte. Ma il 18 giugno 2019 è accaduto qualcosa che potrebbe cambiare tutto: la Rai e la potente Sky hanno trasmesso la seconda partita della nazionale italiana dei campionati mondiali di calcio femminile e 7,3 milioni di telespettatori sono rimasti incollati alla tv per vedere Italia Brasile. E’ la prova che è nato un amore, un sentimento che può abbattere l’ultimo pregiudizio sulla debolezza delle donne, scardinare la certezza che il pallone è roba per arti forti e androgeni e promuovere il merito, non solo una aprioristica parità di genere.

Novella Calligaris, Sara Simeoni, Francesca Schiavone, Karolina Kostner, Valentina Vezzali, Flavia Pennetta tanto per citarne alcune, sono le sportive italiane alle quali sono stati tributati tutti gli onori mediatici, mai, però, quelle del nostro calcio erano salite così in alto tanto da cambiare la percezione di diffidenza sul calcio femminile. E il potere comunicativo ora potrebbe orientare nuove strategie dando una mano ai vari allenatori e presidenti di società calcistiche femminili che in tanti anni di lavoro non sono riusciti a far capire che non ci sono differenze di precisione tra un destro di Insigne e quello dell’attaccante della nazionale Girelli, che alterna giocate di prime e sponde. Beninteso, qualche differenza tra giocatrice e giocatore esiste: la forza e la potenza variano e la stanchezza si fa sentire prima, ma testa, tattica, tecnica e velocità sono le stesse. Altra differenza con gli uomini: tra le donne i falli tecnici con vistose esternazioni di dolore non esistono. Probabilmente, secondo i genetisti, le donne sono abituate a sopportare meglio un’offesa e a rischiare di meno.

“Per apprezzare il gioco delle ragazze occorre osservarle sul campo”, dice Massimiliano Avallone, uno che di calcio femminile se ne intende.

Napoletano ma marchigiano di adozione, Massimiliano è presidente della Yfit di Macerata (si pronuncia wi fit, che sta per youth fitness, gioventù in forma), squadra femminile di calcio e associazione sportiva dilettantistica, “aggregativa e di crescita”, che ha messo in primo piano lo sviluppo dell’attitudine femminile al pallone. L’idea è nata in Inghilterra, durante le olimpiadi del 2012. “Mi trovavo a Londra per lavoro – racconta Massimiliano –  non lontano dallo stadio dove giovani donne con le borse del Chelsea andavano a giocare: era la squadra femminile del prestigioso club calcistico inglese”. Poi il lavoro subisce qualche contraccolpo, Massimiliano ritorna nelle Marche e quella visione delle giovani calciatrici gli fornisce l’idea per aprire una scuola calcio con metodi di insegnamento all’avanguardia e i valori dell’etica sportiva. La scelta della città non è casuale. “Macerata ha una storia importante nel calcio femminile – spiega – nel 1968 c’erano due grandi squadre, la Laurels e la A.S.C Macerata che giocavano in serie A e B e disputavano gare con squadre femminili blasonate come la Fiorentina, il Milan, l’Atlanta, l’Ascoli, il Pescara, Venezia. Le due squadre maceratesi, che si sono affermate nella massima serie fino agli anni duemila, lentamente sono scomparse perché, per resistere, ci vogliono sponsor e finanziamenti, a scadenza regolare, che nel calcio femminile sono quasi inesistenti. Ed è soprattutto l’assenza di sponsorizzazione che porta alla mancata diffusione di tante realtà sportive, come quella del calcio femminile. “Manca una vera cultura sportiva che non è (solo ndr) quella del business a favore degli atleti o delle società, ma quella di un progetto sportivo completo in grado di fornire ai nostri figli un bagaglio tecnico ed etico moderno e qualitativo”  – puntualizza Massimiliano, che, con la sua Yfit si è fatto garante di questo progetto di cui fanno parte 70 atlete, dai 6 anni (si incomincia con le “piccole amiche” e i “pulcini”) ai 40 anni, provenienti da diversi comuni maceratesi e che si allenano si allenano nei campi sportivi dei Salesiani. Sono suddivise per categorie: le atlete sopra ai15 anni fanno parte della prima squadra che gioca allo stadio dei Pini ed è iscritta alla Lega Nazionale Dilettanti: quest’anno ha vinto la Coppa Italia del campionato di Eccellenza Marche – Umbria, giocando contro squadre come San Benedetto, Vis Pesaro, Vis Falera Porto Sant’ Elpidio, Gubbio, Orvieto, Picchio San Giacomo, Santa Sabina, Real Deruta. Quasi ognuna di queste atlete ha la mamma o la nonna che faceva parte delle  “vecchie glorie” del calcio femminile maceratese. Insomma il calcio delle donne non è una novità ma non illudiamoci: per ora, i riflettori accessi sul mondiale ci hanno fatto capire che il calcio femminile non è la brutta copia di quello maschile ma la strada è ancora lunga. Le donne continueranno ancora a giocare solo per diletto, nei tanti stadi d’Italia dove le telecamere non giungono mai. E questo è dovuto anche al fatto che nessuna donna sportiva ha la tutela del professionista: l’unica legge esistente, la 91 del 1981 disciplina “le norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”, e tutela i professionisti di solo quattro discipline (calcio, ciclismo, golf e pallacanestro) maschili. Solo le federazioni nazionali possono spingere il Coni, l’organo che governa lo sport, a cambiare le cose, federazioni che stanno investendo sul calcio femminile perché hanno capito che le potenzialità ci sono come ha appena dimostrato il campionato femminile della serie A che è stato uno dei più belli di sempre con la vittoria, anche nel settore femminile, della Juventus.

Poco importa se il risultato finale della nostra nazionale femminile al mondiale non sarà eccellente perchè la vera vittoria sarà quella di veder riconosciuta alle ragazze la stessa dignità e opportunità di praticare lo sport più bello del mondo.

Non siate schiavi dei brutti ricordi”: Dio ci consola e chiama ognuno di noi a ricostruire.

di Nazzarena Luchetti

Un giorno nel nome di papa Francesco. Ma anche del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo perché il 16 giugno si celebra la Santissima Trinità. Un giorno di sole in piazza Cavour, piena zona rossa, dove il Santo Padre, in presenza di autorità, sindaci, parroci e migliaia di fedeli,

 ha celebrato la Santa messa, riaccendendo i riflettori sugli abitanti di Camerino e su tutto il territorio martoriato dal terremoto di quel 26 ottobre 2016. Una visita “breve e intensa”, come lo stesso Francesco l’ha definita, ma dal grande potere mediatico, per non far scendere nel “dimenticatoio” la sorte di tante persone che vogliono velocizzare la ricostruzione e veder rinascere il proprio luogo, la propria vita. “Gli uomini, e i media, si possono dimenticare degli uomini ma Dio non dimentica l’uomo, la sua creatura, il suo grande sogno”, dice papa Francesco che è venuto tra questa gente non solo a consolare ma a rianimare la speranza di chi vive un dramma nel dramma, perduto nei labirinti di carte e perizie che stanno facendo più danni del terremoto. Due anni e sette mesi da quel giorno in cui, grazie a Dio, non ci furono vittime ma la popolazione ha dovuto incominciare ad adattarsi alle circostanze più difficili, vivendo quel costante senso di estraneità di chi si è trovato da un giorno all’altro senza casa. C’è da rifare tutto: case e strutture pubbliche. Poi ci sono le chiese: delle 416, più di trecento non esistono più. Ma qualcosa si muove: la chiesa di San Venanzio a Camerino, ad esempio, sarà riaperta nel prossimo Natale grazie alla donazione di un privato. Camerino aveva circa settemila abitanti e ottomila studenti: quelli che sono rimasti, e non sono sfollati nei litorali, vivono nelle Sae, le strutture abitative emergenziali che oggi il Santo Padre ha visitato, parlando con tante persone, molte di più di quelle che erano previste. “Sono qui semplicemente per starvi vicino”, dice a tutti loro.

Papa Francesco passa davanti ai tanti cartelli: “Università di Camerino saluta il Santo Padre”, “Santità ridateci la speranza”, poi entra in cattedrale e si ferma, in un mesto raccoglimento, davanti al volto della madonna sfigurata dalle crepe del terremoto.

Dopo le straordinarie letture liturgiche troppo importanti per commentarle in un breve articolo, le parole dell’omelia si sintetizzano in tre grandi concetti: sperare, ricordare e invocare lo Spirito della Trinità. “La speranza – dice il papa – non è semplice ottimismo ma la certezza che siamo preziosi, che non siamo soli, che siamo amati a prescindere da tutto.  Nessun terremoto può deludere questa speranza. Per questo le nostre tristezze non debbono incatenarci”. L’invito è quello di invocare lo Spirito che ci consoli e illumini la nostra vita.

Papa Francesco sa che non è un compito facile perché ci vuole “più forza nel ricostruire che nell’iniziare, nel riconciliarsi che nell’andare d’accordo”. Riporre fiducia in Dio, che sempre si ricorda di noi e ci ama, invocando la luce dello Spirito: è il segreto per sopportare le vicissitudini della vita, anche quelle che non siamo in grado di capire, come ha ricordato il vangelo di Giovanni.

 “Che cos’è mai l’uomo?”, ripete più volte Papa Francesco, visibilmente commosso. Lo dice pensando a questa gente e di fronte alle case crollate. “Che cos’è mai l’uomo se ciò che innalza può crollare in un attimo? Dio si ricorda sempre di noi, delle nostre fragilità, egli ritorna al cuore di ognuno di noi. Siamo piccoli sotto il cielo ma per Lui siamo insostituibili”.

La consapevolezza di questo amore ci libera dai brutti pensieri, continua il papa, e non ci fa cadere nella tentazione di rattristarci. Dio ci aiuta a portare questo peso, a superare il vuoto e lo smarrimento.

Nel salutare tutti i fedeli, in particolar modo quelli di Camerino e di San Severino Marche, papa Francesco ricorda tutti i santi di cui è ricca questa terra ma anche “i santi delle porte accanto”, quelli che fanno il bene ogni giorno ma non sono sotto i riflettori. Un argomento molto caro a papa Francesco quello della santità, come si legge nella sua esortazione apostolica Gaudete et exultate: “Una missione che ognuno deve compiere per costruire il regno dell’amore, della giustizia, della pace universale. “Si rinasce se si lavora insieme” aveva detto monsignor Francesco Massara pochi giorni fa e che oggi ha ribadito, ricordando alle autorità di non fermarsi alle promesse. Da dove (ri)cominciare, dunque? Da ognuno di noi. “Comincio io, portando la mia croce”, dice papa Francesco.

Alle sue spalle, dietro all’altare, c’è un grande crocefisso proveniente dalla chiesa di Castel Sant’Angelo sul Nera: Gesù Cristo, unica speranza che “non scade mai”.

Il potere non sostituisce l’eroismo del dovere

Occorre riformare le coscienze prima della magistratura

di Nazzarena Luchetti

Qualche anno fa intervistai il giudice Giuseppe Ayala. L’ex pm siciliano è noto non solo per aver fatto parte del pool antimafia più famoso di tutti tempi, quello con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche per i tanti interrogativi in sospeso che pesano sulla sua persona legati soprattutto alla famosa agenda rossa di Borsellino, sparita appena dopo l’attentato di via D’Amelio. Nel corso dell’intervista, chiesi ad Ayala quanto fosse credibile il Consiglio superiore della magistratura, e quanto fosse cambiato da quel 1988, anno in cui il plenum del CSM (con la sola eccezione del “falconiano” Gian Carlo Caselli)  nominava Antonino Meli alla direzione dell’ufficio Istruzione del tribunale di Palermo, preferendolo a Falcone. Una vera e propria congiura contro colui che per la legalità sacrificò la vita: “Quella fu la pagina nera del Csm che altro non è che il servo obbediente delle correnti dell’associazione magistrati: là tutto si decide per lottizzazioni. E poichè in tutte le correnti ci sono dei bravi magistrati, allora capita che alcuni incarichi vengano dati alle persone capaci. Ma è un caso, non una volontà”. Parole sconcertanti in cui Ayala fa intendere lo status vergognoso in cui versa la giustizia italiana. Ma ancora più sconcertante è il commento di qualche giornalista che, in merito all’ultima inchiesta sulle toghe, afferma che non vi sia nulla di male nella spartizione del potere all’interno dell’apparato giudiziario: “in fondo sono uomini, con tutto il diritto alle debolezze umane, come quello di associarsi, di sbagliare qualche sentenza o prolungarla”. In altre parole, non si richiede di essere ne santi ne eroi. Una considerazione erronea e almeno per due motivi. Escludiamo, in questo contesto, la santità a cui per la cultura cattolica siamo tutti chiamati (non servono necessariamente i miracoli!), e rimaniamo sul terreno della civile grandezza, quella dell’eroismo. C’è una differenza tremendamente evidente tra il riconoscere l’imperfezione come fatto intrinsecamente umano e quella di erigerla a giustificazione del proprio operato sminuendo l’intenzionalità delle scelte. In altre parole, si agisce male perché lo si vuole. Si è corrotti perché ci si lascia corrompere. Non si fa il proprio dovere perché non c’è più piacere a farlo, essendo stato svuotato del suo valore eroico. Invece, adempiere fino in fondo al proprio dovere è l’eroismo più grande, la vera sfida ai nostri difetti, l’affermazione della nostra dignità. E questo è l’altro motivo per cui non ci si può rassegnare alla debolezza umana come causa e giustificazione di una cattiva condotta, perchè allora tutto è permesso, compresa la distruzione della morale e dell’ordine sociale. Ne consegue l’indulgenza per ogni mancata assunzione di responsabilità e il sospetto che seguire le regole sia un inutile spreco di tempo. Si promuove così un tipo di eroismo di chi riesce a raggiungere la posizione più alta, quella che apre tutte le porte, che considera il giusto o l’ingiusto a seconda del momento e della bandiera. Secondo l’articolo 104 della costituzione, “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Per questo nei magistrati vengono riposte le speranze terrene dei giusti che possono veder riconosciute le loro ragioni. Proprio perché devono prendere decisioni che incideranno sulla vita degli altri, i magistrati devono possedere non solo una preparazione giuridica ma anche una elevata caratura morale che non si fondi sul consenso sociale ma su valori universali. Ma su cosa si fonda la corruzione dilagante e la divisione partitica che caratterizza il Csm se non in una alienazione del diritto e la cultura del profitto? “E’ trascurato il diritto, e la giustizia se ne sta lontana, la verità incespica in piazza, la rettitudine non può entrarvi. Così la verità è abbandonata” (Isaia 59,14).  Verità che si piega alle tante correnti che si trovano ai vertici del consiglio superiore della magistratura, dove vengono decisi tutti gli incarichi, politici ed economici: strategici a tutte le mutevoli convenienze. Lo strapotere giudiziario permea ogni aspetto della vita pubblica, forte e spavaldo, al riparo di condanne esemplari, date l’impunità e l’immunità della loro posizione privilegiata. Si chiedono nuove regole da applicare al Csm ma i giochi di potere a cui continuiamo ad assistere ci fanno capire che nessuna riforma della magistratura può essere efficace se prima non avviene quella delle coscienze. Per queste non può essere ammessa alcuna autogiustificazione. Socrate, che ha cercato la verità per tutta la vita, si accusava di non sapere e di non essere mai abbastanza. Per ritornare ad ascoltare la coscienza, bisogna ripartire dall’esempio del filosofo greco: solo “liberandomi dalle colpe che non vedo” (Sal 19,13) posso riconoscere quella voce che sta più in alto e va al di là dei propri gusti e del proprio vantaggio. Solo anteponendo il dovere al potere, i valori della legalità si faranno concreti e smetteranno di essere un accessorio da esibire solo nelle sentenze o nelle commemorazioni di tanti eroi.

Eroi che hanno svolto straordinariamente bene il proprio ordinario dovere.

Approfondimenti: Platone L’apologia di Socrate

Noa: vittima della dittatura del benessere

Insegniamo ad accogliere il dolore non a giustificare la morte

di Nazzarena Luchetti

Noa è morta esaudendo così il suo desiderio. Era sazia dei giorni passati nell’angoscia, del dolore della perdita di quella purezza che le hanno rubato con la violenza, sazia di non credere più a nulla, di non sentirsi più nulla. Forse, se avesse alzato i suoi magnifici occhi azzurri verso il cielo, avrebbe compreso il senso di quel dolore e forse sarebbe stato un nuovo inizio. “Insegnami a cercarti, io non posso cercarti se tu non mi insegni”, ripeteva Sant’Anselmo. A Noa, probabilmente, nessuno ha insegnato che il dolore è uno dei più grandi misteri della condizione umana e che può essere vinto solo con la sopportazione. Ed è a quel punto che ci eleva.

Non si può giudicare Noa, così come le persone che invocano la morte perché sfinite dalla sofferenza.

Non si arriva mai a capire la scelta di una persona se non si conosce a fondo la propria storia. Rimane il fatto che una giovanissima, e bellissima, e sanissima ragazza olandese abbia scelto di morire e di farlo a 17 anni, quando appena si riesce a distinguere quali sono i propri gusti, le proprie preferenze musicali, la facoltà universitaria che più rispecchia le proprie attitudini. Almeno lì ci sono gli orientamenti, i tutor che ti aiutano a capire quali sono le tue aspirazioni e ti consigliano il piano di studi più giusto. Ma nessun orientamento ti prepara a capire che la vita è anche dolore, che le gravi difficoltà fisiche e psicologiche non sempre si possono risolvere e spesso vanno semplicemente accettate. Una accettazione che, però, è un lavoro lento, fatto di perseveranza, evoluzione spirituale e, soprattutto, una educazione ai valori più alti che la famiglia, anch’essa svuotata della sua sostanza naturale, non è più in grado di infondere.  La debolezza umana è condannata in ogni aspetto della società: il benessere deve essere perseguito ad ogni costo, ogni manipolazione della vita è giustificata perché per tutto deve esserci una cura empirica. Se così non è, meglio la morte. E lo Stato si fa garante di questa visione: ha messo a tacere la voce di Dio e le sue creature predilette sono diventate la modernità laica e il positivismo; non contemplando il diritto naturale, per cui la vita è dono divino, ha profanato a tal punto la vita fino ad istituzionalizzare l’eutanasia e la morte assistita. L’Occidente sembra fare a meno di Dio: un recente rapporto mostra come l’Olanda, un paese cattolico ma a tradizione protestante, che ha relativizzato la morale con la conseguente indifferenza alla verità, la crescente secolarizzazione vada di pari passo con la depressione. “I cattolici stanno abbandonando la chiesa”, afferma Peter Nissen, teologo olandese, “la Chiesa è stata spinta ai margini e la cultura cattolica è diventata una sottocultura”. E questo non fa che aumentare il disagio esistenziale.

 “E’ lo spirito che da vita, la carne non giova a nulla” (Gv 6,63). Quando lo spirito diventa insignificante allora davvero la vita non vale niente. Siamo liberi di scegliere, di vivere come meglio credere, liberi di andare e restare. Chi decide di “restare”, divide l’angoscia sopportata da Cristo che ha penetrato fino in fondo la sofferenza: emarginato, tradito, processato come un infame, flagellato, offeso, ucciso dopo aver subito una agonia indicibile. E’ proprio il suo essersi fatto uomo che ci permette di dare un senso alla nostra sofferenza e, più in generale, un senso al nostro stare al mondo.

Approfondimenti: Proslogion di Anselmo d’Aosta

Quella età rispettabile

Nel mezzo della nostra vita, continuiamo ad appassionarci ma lasciamoci sedurre anche dallo Spirito

Qualche tempo fa, un sondaggio inglese diceva che le persone più soddisfatte hanno 58 anni. Perché proprio questo numero sia indice di appagamento non sta a noi verificare. E’ certo che, dopo i cinquanta, si assiste ad una certa rilassatezza mentale: le cose importanti che dovevano accadere sono accadute e i buoni propositi da mettere in pratica provocano meno ansia. Esperienza, relazioni e abilità professionali hanno fatto raccogliere molti frutti, possedere svariati beni e compiere tanti viaggi. Insomma, tante cose realizzate, tante trasformazioni e una pacificazione con le proprie debolezze fanno dichiarare con orgoglio che si è raggiunta una rispettabile età, intesa come l’aver compiuto, con merito, i doveri essenziali della vita, verso se stessi e verso gli altri. Età in cui si è interpretata, con impegno, pazienza, gioia e dolore, gran parte della propria vita.

Ma ecco, nel bel mezzo del cammin di nostra vita, farsi strada una leggera inquietudine: è la percezione che la vita scorre sempre più veloce e la consapevolezza che il tempo a nostra disposizione è inferiore a quello che si è vissuto. E se tutto finora è dipeso dalla nostra volontà, ora non si è più così tanto sicuri di essere padroni assoluti del nostro futuro. Abbiamo dato alla nostra vita il significato che credevamo più giusto ma il pensiero che tutto debba inevitabilmente finire ci rimanda ad un ulteriore significato, che non si risolva in questa vita, a qualcosa che abbia a che fare con il nostro essere spirituale. Se si prova, però, ad assecondare questa divina natura, ci si rende presto conto che tutto sembra congiurare contro il proprio nobile sforzo a una dimensione più spirituale. Amici e conoscenti vi additano come visionari e rinunciatari agli infiniti piaceri che la vita può ancora offrirvi. E sono soprattutto le persone di una certa cultura a chiedervi come mai abbiate deciso di occuparvi di Spirito. A che serve? Perché si dovrebbe parlare di metafisica e Salvezza? Perché preferire la materialità all’invisibilità? Che urgenza c’è? Dopotutto l’aspettativa di vita si è alzata così come la sua qualità: è, quindi, una perdita di tempo rinunciare alle seduzioni del “principe del mondo”, privilegiando la sacralità della vita. Lasciamo la strada del cristiano ai “semplici” o agli inerti, ben rappresentati da Italo Svevo in Senilità, che vivono una vecchiaia precoce fatta di ricordi e rimpianti.

Come se non bastasse il biasimo agnostico dei nostri conoscenti, se si effettua una ricerca digitando l’età di mezzo, il risultato è unanime: “Tutto può ancora succedere!”, “Un nuovo inizio”, “La vita ricomincia dopo cinquant’anni”, “Cinquanta sono i nuovi trenta”. Libri e siti web dove sedicenti sentenziatori si erigono a nuovi maestri di vita con un medesimo punto di vista: adora te stesso, non Dio. Da qui derivano tutti i consigli su come restare giovani, tenere lontano inquietudini, malattie e acciacchi con diete, attività fisiche, integratori, meditazioni e fornicazioni. E se la strategia estetica, chimica, chirurgica, esoterica o psicologica per dimostrare serenamente dieci, vent’anni di meno non funziona, c’è sempre qualcuno pronto a consigliarci un nuovo tempo fatto di fughe, amori e passioni esagerate. Ebbene si, il mercato materialista dell’eterna giovinezza (guardate la maggior parte delle farmacie cosa sono diventate, templi pagani di vita eterna), mira proprio a quella rispettabile “certa età”, lusingando gli over cinquanta a sconfiggere la “tremula” vecchiaia, sedando l’idea della morte. Un mercato ambiguo con sofisticati meccanismi persuasivi che ti fa fare quello che vuole con la convinzione che sia tua volerlo. Eppure lo sappiamo: “nessuno, per quanto si dia da fare, può aggiungere anche una sola ora alla sua vita, (Mt 6,27)”. Tutti promuovono tutto. Nessuno promuove Dio, non è appetibile per il mercato del consumo, che propone desideri contrari allo Spirito. Eppure solo Lui può alleviare l’inquietudine del tempo che passa, solo Lui è la “radice dell’immortalità”,

Che fare allora? Come Ercole al bivio, possiamo scegliere di continuare a “consumare” la vita oppure renderla più compiuta dandogli un senso che non nega il realismo terreno ma lo completa approfondendo e aprendosi all’ideale evangelico.

Proviamo, quindi, a vivere anche la seconda fase della vita con passione ma orientiamola su un cammino diverso. Continuiamo a fare esperienze ma nel rispetto della propria età anagrafica perché ci sono passioni che possono essere vissute incondizionatamente da giovani e altre che richiedono la saggezza di mezza età per essere sviluppate al meglio, con una maggiore apertura al prossimo. Beninteso, la vocazione allo Spirito non conosce età ma se fino a questo momento non ce ne siamo mai interessati, facciamolo ora. Non va confusa, però, la dedizione allo Spirito con la semplice meditazione. C’è, infatti, una grande differenza tra il raggiungimento del benessere centrato solo su di sé e la devozione religiosa: il primo è egocentrico, il secondo è aperto all’altro.

L’invito è a comprendere di più ed esigere di meno, a leggere e ad approfondire, con l’entusiasmo di un romanzo, il Vecchio Testamento, i Vangeli, le opere e le biografie delle vite inquiete di tanti Santi, sempre in tensione tra vanità e trascendenza. Sono innumerevoli le opere spirituali in grado di sorprenderci, esortandoci ad apprezzare meglio il quotidiano, a ricercare il senso del mistero ultimo, a ricavare una verità che va oltre la realtà, che sa distinguere tra illusorio e permanente. Diceva Sant’Agostino: “Comprendo per credere e credo per comprendere”. Per chi vuole un rimando di un personaggio più laico, propongo i versi di una straordinaria canzone di Franco Battiato di qualche decennio fa: “E ti vengo a cercare, anche solo per vederti o parlare. Perché ho bisogno della tua presenza. Per capire meglio la mia essenza”.

Il diavolo e l’acqua cheta

Il grande inganno della nostra politica, con la compiacenza dell’industria della comunicazione, prospera in una società individualista e superficiale. Un circolo infernale dove purtroppo la dannazione è per tutti.

Se c’è una virtù che sembra emergere nel popolo italiano è lo spirito di sopportazione. Probabilmente un altro popolo, più storicamente incline alla ribellione e che non abbia subìto secoli di invasioni, per cui ancora suonano strane le parole “identità nazionale”, avrebbe reagito diversamente all’infinita menzogna e vergogna che distingue la nostra politica. Di fronte allo squallore dell’ennesima crisi di governo, ad una classe politica composta prevalentemente da progressisti servi del capitalismo e (in)fedeli “bacia madonne”, assistiamo sgomenti ad un sistema di generale decadenza, un tradimento elettorale di fatti e parole. In mezzo a slogan vuoti e ritriti come “non vi lasceremo soli” e  “l’Italia del cambiamento”, urlati solo per assicurarsi l’appoggio della massa, ci sono le svolte e le infinite rinascite di leader dalle veloci parabole ascendenti a dalle altrettante rapide cadute. All’antica arte retorica di vincere con la chiacchiera, si è sostituita una logica diabolica priva di veri contenuti, caratterizzata dai “contro chi” o “contro qualcosa”. Vecchi burocrati, nuovi umanisti, riformatori, operatori sociali: tutti a dire di voler affrontare i problemi del Paese, in realtà desiderano arrivare o restare dove si trovano: al potere, un potere che non ha altri scopi se non quello di soddisfare se stesso.  

Tuttavia, si impone una riflessione. Ciò che sta accadendo è in gran parte la conseguenza di una preoccupante normalità italiana: la superficialità e la conoscenza di natura essenzialmente ricreativa della massa. Se la superbia, l’inconsistenza, l’arroganza, il velleitarismo, il cinismo dominano la nostra politica, con disastrosi risultati, è anche colpa di una massa caratterizzata dal pressapochismo, dall’uso superficiale dei media, dall’incapacità di essere selettiva, in un quadro di generale indifferenza verso la Cosa Comune, come se i problemi di tutti i giorni non si intersecassero con quelli più alti.

E che cos’è la superbia della nostra politica se non lo specchio dell’ignoranza della massa? Quell’ignoranza che alimenta la vanagloria dei politici che non percepiscono il peso della massa proprio perché la massa è “leggera” e con scarso orgoglio nazionale. La massa loda il leader, che la illude su come il Paese sarà grande, bello e sicuro, e poi lo denigra quando nulla cambia ma, con altrettanta sollecitudine, è pronta a sminuirne e giustificarne le cattive azioni se il leader viene violentemente attaccato dal nemico o dai media, non importa se a torto o a ragione. Una classe politica inaffidabile rispecchia sempre la visione superficiale della massa che è poco disposta a sforzarsi per approfondire ma pronta a dare giudizi assoluti: meno sa, più giudica. Una massa che non ama leggere ma, nell’era della comunicazione, non vuole essere etichettata come ignorante. E così dimostra interesse, non per farsi un’idea o una cultura ma solo per dire la propria opinione. Si informa, prevalentemente su TV e social, senza sospettare che la maggior parte dei giornalisti sono “cani da guardia, con guinzaglio più o meno lungo”, inclini a lasciarsi corteggiare dalle logiche e dai percorsi del potere, piuttosto che perseguire la verità. La notizia è parziale, fatta di ipotesi, supposizioni ma diventa vera perché i più la prendono per buona. Le qualità diventano difetti, e viceversa, a seconda di chi fornisce la notizia o dello stato d’animo del fruitore. Nell’era della pseudo verità, sono pochissimi quelli in grado di decifrare l’evoluzione delle cose. La massa, infatti, si appassiona, si entusiasma, si agita tanto e ragiona poco. Ama la cultura del sentimento, dei piaceri a basso costo e ciò contribuisce a legittimare la superbia del politico che non ambisce a traguardi dove altri non sono arrivati, non aspira all’eccellenza perché sa che il popolo è avvezzo a cose e persone di scarsa qualità e dalla breve durata. E come lo sa? Tramite soprattutto il meccanismo dei followers e dei like. Si crede di mettere un innocuo mi piace ai tanti articoli che compaiono nei social, dietro, invece, c’è un’attenta analisi con sofisticate tecniche di influenza sulle singole coscienze. E’ la politica della post modernità con la regia dei social media manager, i nuovi consiglieri dei leader politici, talmente abili ad orchestrare il consenso da far impallidire i grandi geni machiavellici della diplomazia e del compromesso, come Richelieu o Mazzarino.  

Accortissimi a penetrare le aspettative e ciò che commuove il grande pubblico, i manager dei social media diffondono messaggi che catturano l’attenzione di milioni di potenziali elettori (un terzo della popolazione mondiale usa i social!), con temi accuratamente scelti che permettono loro di raccogliere gradimento e popolarità. Una informazione pianificata, veloce, onnipresente che il grande politologo americano Lippmann definisce “Manifattura del consenso”, strategia diabolica di controllo delle nostre emozioni e che sta bruciando la politica. Ma la massa non equivale all’acqua pura e dinamica che servirebbe per spegnere l’incendio e chiudere questo ciclo. Assomiglia, invece, all’acqua cheta che, limacciosa e indefinibile, lentamente genera paludi che avviluppano e impediscono il cambiamento. Spinta sempre più dal risentimento, infatti, la massa si è trasformata in un elettorato infedele, con un voto che è frutto di una contrarietà, di una protesta, dell’avversione verso qualcuno e non l’adesione ad un progetto. Ed ora, che per l’ennesima volta, con il nuovo governo PD cinque stelle, il parlamento ha dimostrato che non impersona la volontà popolare, la massa si convincerà che non servirà neanche più votare. E la minoranza degli elettori? Ha perduto quell’impulso fiducioso che un tempo la spingeva ad agire, a scendere in piazza, ad affinare colte strategie per contrastare le infamie politiche. Il fallimento di diversi tentativi, come liste civiche o movimenti organizzati, dovuto al potere di classi dirigenti consolidate e centri economici, ha rafforzato la sfiducia scoraggiando nuove iniziative di riformatori onesti che, così, si sono fatti da parte. Come nel biblico apologo di Yotam, dove, delle piante che simboleggiano i candidati, solo il rovo decide di occuparsi del governo della sua città, mentre alberi ben più nobili, come la vite, l’ulivo e il fico, decidono di non andare al potere per non perdere la loro buona natura. Ma così solo i furbi e i peggiori regnano e governano. Da dove ripartire? Il caos umano, i muri dell’egoismo, dell’avidità, del potere ci sono da millenni così come quella voce interiore che chiama ognuno di noi a non ripiegarsi su se stesso ma a contribuire a ripristinare e testimoniare l’ordine, con la propria condotta, le proprie scelte, il proprio giudizio critico. Ascoltare quella voce è sempre un buon inizio. Pensare, invece, egoisticamente che comunque, nonostante il disordine, si continua a godere di beni e servizi, cibo e intrattenimento senza dare il proprio contributo come portatori di valori e senza proiezioni a lungo termine per un benessere futuro, è da fessi. E “Il fesso – sosteneva Prezzolini in quel suo grande capolavoro di aforismi che è il Codice della vita italiana – in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo”.

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