Il grande inganno della nostra politica, con la compiacenza dell’industria della comunicazione, prospera in una società individualista e superficiale. Un circolo infernale dove purtroppo la dannazione è per tutti.
Se c’è una virtù che sembra emergere nel popolo italiano è lo spirito di sopportazione. Probabilmente un altro popolo, più storicamente incline alla ribellione e che non abbia subìto secoli di invasioni, per cui ancora suonano strane le parole “identità nazionale”, avrebbe reagito diversamente all’infinita menzogna e vergogna che distingue la nostra politica. Di fronte allo squallore dell’ennesima crisi di governo, ad una classe politica composta prevalentemente da progressisti servi del capitalismo e (in)fedeli “bacia madonne”, assistiamo sgomenti ad un sistema di generale decadenza, un tradimento elettorale di fatti e parole. In mezzo a slogan vuoti e ritriti come “non vi lasceremo soli” e “l’Italia del cambiamento”, urlati solo per assicurarsi l’appoggio della massa, ci sono le svolte e le infinite rinascite di leader dalle veloci parabole ascendenti a dalle altrettante rapide cadute. All’antica arte retorica di vincere con la chiacchiera, si è sostituita una logica diabolica priva di veri contenuti, caratterizzata dai “contro chi” o “contro qualcosa”. Vecchi burocrati, nuovi umanisti, riformatori, operatori sociali: tutti a dire di voler affrontare i problemi del Paese, in realtà desiderano arrivare o restare dove si trovano: al potere, un potere che non ha altri scopi se non quello di soddisfare se stesso.
Tuttavia, si impone una riflessione. Ciò che sta accadendo è in gran parte la conseguenza di una preoccupante normalità italiana: la superficialità e la conoscenza di natura essenzialmente ricreativa della massa. Se la superbia, l’inconsistenza, l’arroganza, il velleitarismo, il cinismo dominano la nostra politica, con disastrosi risultati, è anche colpa di una massa caratterizzata dal pressapochismo, dall’uso superficiale dei media, dall’incapacità di essere selettiva, in un quadro di generale indifferenza verso la Cosa Comune, come se i problemi di tutti i giorni non si intersecassero con quelli più alti.
E che cos’è la superbia della nostra politica se non lo specchio dell’ignoranza della massa? Quell’ignoranza che alimenta la vanagloria dei politici che non percepiscono il peso della massa proprio perché la massa è “leggera” e con scarso orgoglio nazionale. La massa loda il leader, che la illude su come il Paese sarà grande, bello e sicuro, e poi lo denigra quando nulla cambia ma, con altrettanta sollecitudine, è pronta a sminuirne e giustificarne le cattive azioni se il leader viene violentemente attaccato dal nemico o dai media, non importa se a torto o a ragione. Una classe politica inaffidabile rispecchia sempre la visione superficiale della massa che è poco disposta a sforzarsi per approfondire ma pronta a dare giudizi assoluti: meno sa, più giudica. Una massa che non ama leggere ma, nell’era della comunicazione, non vuole essere etichettata come ignorante. E così dimostra interesse, non per farsi un’idea o una cultura ma solo per dire la propria opinione. Si informa, prevalentemente su TV e social, senza sospettare che la maggior parte dei giornalisti sono “cani da guardia, con guinzaglio più o meno lungo”, inclini a lasciarsi corteggiare dalle logiche e dai percorsi del potere, piuttosto che perseguire la verità. La notizia è parziale, fatta di ipotesi, supposizioni ma diventa vera perché i più la prendono per buona. Le qualità diventano difetti, e viceversa, a seconda di chi fornisce la notizia o dello stato d’animo del fruitore. Nell’era della pseudo verità, sono pochissimi quelli in grado di decifrare l’evoluzione delle cose. La massa, infatti, si appassiona, si entusiasma, si agita tanto e ragiona poco. Ama la cultura del sentimento, dei piaceri a basso costo e ciò contribuisce a legittimare la superbia del politico che non ambisce a traguardi dove altri non sono arrivati, non aspira all’eccellenza perché sa che il popolo è avvezzo a cose e persone di scarsa qualità e dalla breve durata. E come lo sa? Tramite soprattutto il meccanismo dei followers e dei like. Si crede di mettere un innocuo mi piace ai tanti articoli che compaiono nei social, dietro, invece, c’è un’attenta analisi con sofisticate tecniche di influenza sulle singole coscienze. E’ la politica della post modernità con la regia dei social media manager, i nuovi consiglieri dei leader politici, talmente abili ad orchestrare il consenso da far impallidire i grandi geni machiavellici della diplomazia e del compromesso, come Richelieu o Mazzarino.
Accortissimi a penetrare le aspettative e ciò che commuove il grande pubblico, i manager dei social media diffondono messaggi che catturano l’attenzione di milioni di potenziali elettori (un terzo della popolazione mondiale usa i social!), con temi accuratamente scelti che permettono loro di raccogliere gradimento e popolarità. Una informazione pianificata, veloce, onnipresente che il grande politologo americano Lippmann definisce “Manifattura del consenso”, strategia diabolica di controllo delle nostre emozioni e che sta bruciando la politica. Ma la massa non equivale all’acqua pura e dinamica che servirebbe per spegnere l’incendio e chiudere questo ciclo. Assomiglia, invece, all’acqua cheta che, limacciosa e indefinibile, lentamente genera paludi che avviluppano e impediscono il cambiamento. Spinta sempre più dal risentimento, infatti, la massa si è trasformata in un elettorato infedele, con un voto che è frutto di una contrarietà, di una protesta, dell’avversione verso qualcuno e non l’adesione ad un progetto. Ed ora, che per l’ennesima volta, con il nuovo governo PD cinque stelle, il parlamento ha dimostrato che non impersona la volontà popolare, la massa si convincerà che non servirà neanche più votare. E la minoranza degli elettori? Ha perduto quell’impulso fiducioso che un tempo la spingeva ad agire, a scendere in piazza, ad affinare colte strategie per contrastare le infamie politiche. Il fallimento di diversi tentativi, come liste civiche o movimenti organizzati, dovuto al potere di classi dirigenti consolidate e centri economici, ha rafforzato la sfiducia scoraggiando nuove iniziative di riformatori onesti che, così, si sono fatti da parte. Come nel biblico apologo di Yotam, dove, delle piante che simboleggiano i candidati, solo il rovo decide di occuparsi del governo della sua città, mentre alberi ben più nobili, come la vite, l’ulivo e il fico, decidono di non andare al potere per non perdere la loro buona natura. Ma così solo i furbi e i peggiori regnano e governano. Da dove ripartire? Il caos umano, i muri dell’egoismo, dell’avidità, del potere ci sono da millenni così come quella voce interiore che chiama ognuno di noi a non ripiegarsi su se stesso ma a contribuire a ripristinare e testimoniare l’ordine, con la propria condotta, le proprie scelte, il proprio giudizio critico. Ascoltare quella voce è sempre un buon inizio. Pensare, invece, egoisticamente che comunque, nonostante il disordine, si continua a godere di beni e servizi, cibo e intrattenimento senza dare il proprio contributo come portatori di valori e senza proiezioni a lungo termine per un benessere futuro, è da fessi. E “Il fesso – sosteneva Prezzolini in quel suo grande capolavoro di aforismi che è il Codice della vita italiana – in generale, è stupido. Se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo”.

